VILLA CELIERA
, come tanti altri piccoli comuni d’Italia, è sorta in epoca medioevale, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.c.), evento preceduto, determinato in buona parte, e seguito da numerose invasioni barbariche : fra queste, particolarmente lunga e storicamente importante la longobardica, per le trasformazioni sociali cui dette luogo e per l’assetto politico che realizzò con i “ducati”.VILLA CELIERA si è probabilmente formata tra il V° e il VI° secolo dell’Era Volgare. A popolarla sarebbero state le persone scampate alla distruzione di Bertona, cittadina i cui ruderi, sul monte omonimo, sono tuttora visibili.
Il Medio Evo, certo creò molteplici occasioni al nascere di nuove comunità, poiché le guerre d’invasione che lo caratterizzarono spingevano gli abitanti delle località toccate o minacciate dagli invasori a trovarne altre, più sicure per la loro esistenza, al riparo dalle scorrerie di saccheggiatori.
L’ubicazione di molti insediamenti dell’epoca dipese anche da motivi strategici e logistici; difesa naturale contro gli attacchi dei nemici, disponibilità di risorse agricole provenienti dall’entroterra coltivabile.
I Longobardi fondarono molti comuni, chiamati FARE: ne abbiamo anche in Abruzzo.
Sotto il profilo della genesi di molte comunità, sono da tener presenti i Benedettini i quali, con la loro regola “Ora et labora”, non solo contribuirono a salvare il salvabile ( e fu molto ) dalle distruzioni dei barbari, ma inglobarono, per così dire, moltri altri insediamenti intorno alle loro comunità cenobitiche. Ed è probabile che VILLA CELIERA gravitasse con tutta la sua vita intorno all’abbazia di Santa Maria Casanova, che sorge molto vicina al paese. Questa fu fondata nel 1191 da Margherita, contessa di Loreto e Conversano, con un duplice intento: propiziatorio per la partecipazione del figlio Berardo II° a una crociata, e commemorativa e suffragante per il marito Berardo I°, fratello di Ottone, XV° vescovo di Penne.
Furono circa
500 i monaci Cistercensi, fondati da S.
Bernardo, appartenenti all’Ordine
benedettino, di stretta osservanza, cioè
dediti ad una rigida vita monastica.
Avevano per emblema un AGNELLO CON
CROCE, scolpiti su pietra con figure a
rilievo. Monaci, i Cistercensi, dediti
alla preghiera, allo studio, al lavoro e
alle belle arti. I loro possedimenti si
estendevano dalla montagna di VILLA
CELIERA sino a Lucera di Puglia, alle
isole Tremiti e, per quello che più ci
riguarda, comprendevano anche i
territori di Cordano, di S. Benedetto e
Camposacro, tra Civitella e Pianella, e
quelli di Vestea, Carpineto e Brittoli.
Si può affermare che i Benedettini di
Casanova costituirono una centrale
operativa che dava lavoro a molta gente
e teneva unita intorno a sé varie
comunità. Essi, divenuti maestri
nell’agricoltura e nella conduzione
degli allevamenti, seppero, da par loro,
mettere a frutto le risorse naturali
presenti nelle loro terre, avvalendosi
appunto dell’opera dei “ laici ”.
Di fondazioni benedettine erano, si
può dire, piene le regioni d’Abruzzo di
quell’epoca. Ai Cistercensi di Casanova
vennero ad aggregarsi nel 1258, con il
benestare del Re Manfredi, per espressa
volontà di Papa Alessandro IV°, i frati
del Cenobio, già celebre, di S.
Bartolomeo in Carpineto, sicché venne
rafforzata l’orbita abbadiale di
Casanova. E si trovarono uniti nel
medesimo scopo dell’ “Ora et labora”,
Cistercensi e Benedettini, questi ultimi
già presenti in Carpineto fin dal 962 e
provenienti dal quel convento ancora
oggi visibile con la torre ed i ruderi.
Vi si aggiunse, nel 1311, essendo Papa
Clemente V°, anche il Monastero di S.
Giovanni in Lamis.
VILLA CELIERA, dunque, in mezzo a tanti
cenobi, al centro di una vasta zona di
insediamento monacale, doveva avere, ed
ebbe, un suo ruolo preciso. Si sa
infatti che il paesino funzionava da
deposito del convento di Casanova e
forse degli altri conventi aggregati e
ruotanti nello stesso àmbito cenobitico.
Lo dimostrerebbe il suo stesso nome che,
originato dalla primitiva destinazione a
“ Cella ” vinaria, olearia, frumentaria
eccetera, fu in un primo tempo CELLARIA,
derivante da latino del basso medioevo
Celleria, alterato in Celeria, ed infine
di CELIERA. A questo nome, usato da solo
fino ai primi anni del nostro secolo, è
stato premesso il termine di VILLA, dopo
la separazione amministrativa del comune
di Civitella Casanova, di cui prima era
stata una frazione. Per le popolazioni
della zona e di quelle limitrofe, è però
rimasto inalterato l’originario
significato: solo nel linguaggio
ufficiale o tra i forestieri si suol
dire “Vado a Villa Celiera, è di Villa
Celiera” ; i conterranei per così dire
periferici parlano di Celiera, quelli
più vicini reintroducono addirittura
l’articolo e dicono “La Celiera”,o “ La
Cilire”.
L’Abate di Vestea, nella sua opera
“PENNE SACRA”, ci informa che Santa
Maria Casanova si mantenne per oltre
sette secoli una delle più famose e
ricche abbazie dell’Abruzzo.
L’importante cenobio di Casanova fu
investito anche di speciali incarichi da
Carlo d’Angiò, il quale, a ricordo della
grande vittoria conseguita a Tagliacozzo
su Corradino di Svevia, fece erigere una
chiesa con annesso monastero. Della
fondazione, intitolata a Santa Maria
della Vittoria, furono incaricati i
Cistercensi di Casanova. Fu una comunità
che senza dubbio godette di meritata
risonanza e di grande prestigio: da essa
provennero alla chiesa due vescovi,
entrambi assegnati alla sede pastorale
di Penne, rispettivamente Gualtiero nel
1200 e Giacomo nel 1251.
Per lunghi secoli il monastero si
rese famoso per la presenza di monaci
illustri e di eminenti studiosi che, con
la loro opera, salvarono l’antica
cultura e crearono cultura nuova,
lasciando interessanti manoscritti di
storia e copie di scrittori classici
greci e latini in caratteri longobardi.
Basti ricordare per tutti l’abate
Erimondo, che produsse lavori di
tecnologia e su argomenti
sacro-religiosi molto importanti, e tali
che il grande cardinale Federico
Borromeo, in visita ai Cistercensi di
Casanova, volle portarseli con sé,
lasciando, in segno di tangibile ricordo
e riconoscimento, i suoi paramenti
prelatizi. Questi, insieme con gli altri
arredi e con le opere d’arte furono
asportati nel 1807 dai Civitellesi,
nella cui chiesa si possono ammirare,
oltre al coro in noce e all’organo, la
Madonna Assunta, bellissima statuetta su
base di pietra, in stile corinzio, vero
cimelio di autentico valore storico e
artistico.
I segni della nostra storia e della
nostra cultura sono sicuri e
documentati: è certo che buona parte
della biblioteca del convento si trova
nella celebre biblioteca Ambrosiana di
Milano, fondata da S. Carlo Borromeo,
del quale Casanova fu commenda.
Dopo il saccheggio del 1807 il
convento, con il beneplacito dei Borboni,
fu affidato ai Carmelitani, che però
furono molto presto richiamati a Penne.
Dopo di che, dice lo scrittore
“vesteiese” Massimo Di Zio, << la
spoliazione del convento fu continuata
da cima a fondo >>, fino, secondo lo
storico Straforelli, ad asportare e
divellere tetti e pavimenti. E la
distruzione fu completa. (Quod non
fecerunt barbari … quello che non fecero
i barbari…).
Oggi, a distanza di tanti secoli,
dell’antico splendore di un’opera così
eccellente quale era la Badia di
Casanova e annesso convento non rimane
che un cumulo di ruderi completamente
abbandonati. A sanare, quasi, l’incuria
degli uomini, ha provveduto, però, la
natura stessa, che con espressione
pietosa ha ricoperto quei ruderi di erbe
e fiori, quale omaggio spontaneo a tanta
grandezza tramontata.

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