|
La
prima volta in cui il nome di Magliano - per lo meno in età medioevale -
figura in un documento scritto, è nel 1250, e precisamente in un "
registro delle rendíte " della chiesa di S. Maria in Valle Porclaneta.
Il Preposto di quella, chiesa, infatti, " esigeva da' Preposti, e
Rettori delle chiese di S. Lorenzo, di S. Anatolia, di S. MARIA DI
MAGLIANO, e di S. Luca nei giorni festivi di quei Santi pranzi in quelle
Chiesea sé, e a' suoi Cherici " .
In questo " registro " è indicato con estrema chiarezza, dunque, il nome
di Magliano, la cui chiesa è S. Maria (quasi sicuramente la futura S.
Maria ad Nives). Nello stesso documento si accenna una secon da volta a
S. Maria di Magliano, il cui tributo alla chiesa matrice è di " due
quartari e un moggio di grano e altrettanti d'orzo nell'Ascensione, e
nella Natività, ed Annunciazione della Vergine e nella festa di S.
Benedetto ".
Magliano, dunque, pur non essendo ancora un castello a sé, poiché
dipende come vedremo fra poco dal più grande centro di Carce (o Carcere,
o Carci, Carchi, Carchio), è tuttavia un luogo abitato, ben definito e
ben distinto rispetto a quelli circostanti, Carce compreso. Dal punto di
vista ecclesiastico, esso dipende indirettamente da Montecassino,
essendo la Prepositura di S. Maria in Valle appunto benedettina (il che
ci spiegherebbe la mancata menzione della chiesa di S. Maria di Magliano
nelle bolle di Pasquale II, anno 1115, e di Clemente III, anno 1187,
dove invece appaiono rispettivamente S. Martino in Valle e S. Biagio in
Poggio)(3); e, forse, è già esistente la futura chiesa di S. Lucia, il
cui titolo però non è ancora ben chiaro (potrebbe essere quel S. Luca
cui si è accennato prima, o anche la S. Lucia in Palentino, elencata
nella bolla di Clemente III).
Una precedente citazione di Magliano come feudo del barone Guglielmo
d'Oria (o di Ocra) nel 1187 (" Guillelmus de Oria tenet Mallanum, quod
... est feudum unius militis "),
ricordata da numerosi storici locali, non ci convince, dal momento che
questo Guglielmo non risulta legato in alcun modo alla Marsica: potrebbe
trattarsi, pertanto, di un Mallanum (e non Malleanum) esistente
altrove. E' ben presente, invece, la zona del maglianese nel Catalogo
dei Baroni, ma sotto altro nome, quello di Carce appunto: " Comes
Rogerius de Albe dixit quod tenet in Marsi in demanio ( ...). Carcerem
in Marsi quod est pheudum VI militum una cum Podio Sancti Blasii " (11
conte Ruggero di Albe disse di avere in Marsi in demanio Carce in Marsi,
che è feudo di sei soldati insieme con Poggío S. Biagio). Così
esso castello o feudo viene descritto dall'Antinori: " (...) quello che
poi si disse Carce nei Marsi era feudo del Conte Roggiero d'Albe,
incastellato a forma di Rocca nell'estrema vetta del monte, interposto
alla Valle, onde si passa a Cicoli, e donde scorrendo il fiume Anio
scende verso degli Equi.
Avendo quella cima una forma ovale, il Castello veniva compitamente
d'ogni intorno cinto di mura. Vi si ascendeva per aspro, ed insolito
cammino, né per altra via, che pel giogo, e via cosi stretta, che appena
vi possono andare tre insieme di lato. Sulle prime era l'ingresso nel
Castello per una sola porta; ma poi renduto Fortelizio, ne ebbe munite
due di vallo ". Il fatto che, nel Catalogo, venga citato Carce (con la
Villa di S. Biagio) e non Magliano, non deve farci pensare che Magliano
non esistesse ancora in quella epoca, dal momento che l'elenco dei
feudatari riporta esclusivamente i centri più importanti, e non pure le
piccole ville da essi dipendenti. E, d'altra parte, tra la fine del XII
e gli inizi del XIII secolo si era verificato in tutta la zona - cosi
come anche altrove - quel fenomeno dell'incastellamento, sul quale
ancora l'Antinori cosi si esprime: " (...) si erano cominciate a fare le
incastellazioni.
Si chiamavano cosi le unioni de' Castelli più piccioli alle Città
vicine, o ai Castelli più grandi, e confinantí; accioché gli abitatori
vivessero con maggior sicurezza, e commodo. Era una specie di ascrízione
del Castello minore all'agro, o territorio del Castello maggiore, e più
ricco. In vigore di essa gli incastellati entravano a parte di tutti i
commodi, utili, e pesi, che solevano avere gli altri Castelli della [
... ] Terra incastellante, tanto in tempo di pace, quanto di guerra. Per
conseguenza, come se fosse l'istesso campo venivano ad avere comuni, e
promiscue le leggi, e gli statuti sull'annona, i pesi e le misure, i
Mercati, gli opportuni sussidi, e tal genere di altre cose. Aveva
l'aspetto d'una pubblica confederazione (...). L'unione liberamente
contratta, concorrendo poi giuste cause, liberamente si poteva
disciogliere ".
Insomma, questa descrizione - che è di carattere generale - si adatta
benissimo anche a Maglíano e Carce: il centro più piccolo si unisce al
più grande, e vi rimane aggregato almeno fino al XV secolo, allorquando
le nuove condizioni di vita e le mutate dimensioni dei due centri
convincono gli abitanti dell'uno e dell'altra a separarsi
definitivamente. E' solo in tal senso che si riesce a comprendere la
espressione " Malleano de Cartío ", che si ritrova in alcuni documenti
dei secoli XIV e XV, a cominciare da una bolla di collazione della
chiesa di S. Maria in Valle, datata 1353, nella quale si legge: " Nos
Petrus lacobus de Malleano de Cartio, annualis iudex ipsius Castri
Cartii (..) "; frase che ha creato una certa confusione tra gli storici
locali, a cominciare dal Febonio e dall'Antinori, i quali ne han tratto
la conclusione che il castello di Carce fosse stato già abbandonato dai
suoi abitanti per dar principio " al non volgari Castelli di Magliano,
di Roscioli, e di S. Anatolía, ed era rimasto nelle sole vestigia del
giro delle mura ".
Il che contrasta con documenti successivi, nei quali si continua a
parlare di Carce come di un castello ancora vitale, tanto che nel 1429
la regina Giovanna deve obbligare i suoi abitanti a servirsi
esclusivamente del molino di Terramora, appartenente alla Prepositura di
S. Maria in Valle; e ancora nel 1482 si parla di Carce come del castello
principale della zona.
Quindi, Magliano e Carce coesistono per più secoli. In un " rescritto "
del 1371, concesso da Ludovico di Durazzo a favore degli abitanti di
Albe, si parla in modo esplicito dei confini tra il territorio albense e
quello di " Magliano " (non di Carce); e il notaio che roga l'atto è un
tal Carlo Benedetto (o Di Benedetto) " de Malleano ", che firma la
scrittura il 18 dicembre di quell'anno " in Castro Novo Malleani ". Per
porre termine alla questione, ad ogni modo, citiamo un altro documento
inoppugnabile: si tratta di un Codice di decime, comprendente l'elenco
delle chiese della diocesi dei Marsi agli inizi del XIV secolo (forse
anno 1324) e l'importo dei tributi che ciascuna chiesa deve pagare alla
cattedrale di S. Sabina.
Orbene, in territorio di Cartio vengono elencate le seguenti chiese: S.
Martino in Carce, S. Maria in Valle, S. Maria in Poggio, S. Biagio e "
S. Maria de Maliano ". Siamo tornati, dunque, a quella chiesa di S.
Maria di Magliano, di cui si è parlato all'inizio di questa nota: essa,
ormai, non appartiene più a Montecassino, e sta ad indicare il nucleo
originario e più antico della cittadina di Magliano. (Il toponimo "
Maglianovecchio ", ancor oggi in uso, può servire da ulteriore conferma
di quanto stiamo affermando).
Anche il Sella, in un suo studio sulle " decime " del XIV secolo,
ricorda sia la chiesa di S. Martino, sita nel castello di Carce, sia
quella di " S. Maria de Malglano ", di cui nel 1324 risulta essere abate
un certo Panolfutio di Oddone.
Ancora per un secolo e più, dunque, i nomi di Carce e di Magliano si
alternano o si leggono contemporaneamente, sui documenti, ma sempre per
indicare due località diverse: nel 1346 il papa Clemente VI, da
Avignone, dà mandato al vescovo marsicano Tommaso di concedere
particolari dispense all'abate Leonardo di S. Martino di Carce; nel 1353
si incontra quel Pietro Giacomo di Magliano di Carce, " annualis iudex
ipsius castri Cartii ", di cui si è parlato prima 17; nel 1407 Antonio
di Caporafico di Carce ottiene dalla regina Margherita sentenza
favorevole alle sue pretese sui vassalli di Poggio e di Villa S. Biagio;
nel 1429 la regina Giovanna (anche questo l'avevamo detto) ordina ai
sudditi di Albe, Cappelle e Carce di usare esclusivamente il molino di
S. Maria in Valle"(19) nel 1454 l'abate Antonio Branca (o Branchi) di
Magliano viene ricordato in due pergamene dell'archivio capitolare del
la chiesa di S. Cesidio di Trasacco20; ; e nel 1482, infine, D. Teonile
Brancia di Magliano viene nominato Preposto di S. Maria in Valle, ma
continua a " far residenza in Magliano sua Patria "
|