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REGIONE ABRUZZO
| Comune di Civitella
Alfedena |
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Informazioni di base |
| Regione: Abruzzo |
Capoluogo: L'Aquila |
| C.A.P. 67030 |
Codice catastale: C778 |
| Popolazione residente: 280 |
Numero di famiglie: 124 |
| Denominazione degli abitanti:
Civitellesi |
Comunità Montana; Comunità Montana
Alto Sangro - Cinque Miglia |
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Cenni storici |
Origini
Durante l'Impero di Augusto, secondo la divisione dell'italia del tempo,
Civitella Alfedena era compresa nella Quarta Regione, sotto l'influenza
dei Sanniti. Nonostante Civitella Alfedena sia il più antico paese della
vallata a tutt'oggi è impossibile risalire con certezza alla data della
sua fondazione. Diversi studiosi ritengono che sia sorta originariamente
nel posto ove è attualmente ubicata, a seguito della distruzione di
Alfedena avvenuta nelle guerre del tredicesimo secolo. E' qui infatti
che avrebbero trovato rifugio gli abitanti fuggiti da Alfedena. Altri
studiosi sostengono che Civitella fosse l'antica e potente città Marsa "Fresilia",
che fu conquistata nell'anno 450 di Roma da Marco Valerio Massimo che la
sottrasse ai Marsi e, otto anni dopo, da Postumio Megello che la
sottrasse quindi ai Sanniti. La tesi principale e più attendibile è
quella che vede Civitella Alfedena come cittadella avanzata, luogo di
villeggiatura della importante ed antica città di Alfedena (Auphidena)
che fu capitale dei Saraceni, Sanniti Superiori, divisione dell'antico
popolo dei Tirreni. Difatti, nei tenimenti di Civitella si rinvennero
oggetti vari di antichità, bagno, acquedotto ed ambulacro su costumi
saraceni. La lingua che si parlava in tutta la zona era quella "Osca" o
"Opica". Lo sviluppo del centro storico nella sua attuale configurazione
avvenne nel corso del '700 mentre nell'800 si verificò una discreta
espansione nelle strade limitrofe. Il feudalesimo Dal dodicesimo al
diciannovesimo secolo a Civitella Alfedena hanno dominato diverse
famiglie di feudatari, succedutesi a seguito di avvenimenti violenti o
per vendita delle proprietà: la famiglia dei Di Sangro dal 1154 a 1400,
quella dei Cantelmo dal 1400 al 1579, i Ciorla dal 1579 al 1697 ed
infine i Della Posta dal 1697 al 1850. Durante le vicissitudini delle
famiglie feudali civitellesi molti furono gli avvenimenti ed i fatti che
interessarono gli abitanti del paese. Intorno agli anni 1030 - 1060
padre Domenico dei Benedettini, aveva fatto costruire a Roccatramonti un
fortilizio per farvi rifugiare gli abitanti della zona durante le
continue scorrerie degli uomini armati, che avvenivano regolarmente
nella valle. In questo periodo Civitella Alfedena fu completamente
abbandonata e rimase spopolata diventando, di conseguenza, feudo rustico
di Roccatramonti. La stessa Roccatramonti era stata, in precedenza,
feudo rustico di Civitella. Questa fortificazione della quale esistono
ancora ruderi fu distrutta nel 1240. Alcuni abitanti terrorizzati e in
fuga, sembra circa venti famiglie, scelsero di tornare a vivere a
Civitella Alfedena, e un'altra parte, sette famiglie, scelsero un luogo
diverso avviando la fondazione di Villetta Barrea, nell'aqmbito del
Comune di Barrea che si trova sotto l'egìda del monastero di Sant'Angelo
in Barreggio. Il comune di Civitella Alfedena fu per molti anni unito a
quello di Barrea, che comprendeva anche Villetta Barrea. Successivamente
separatisi da Barrea, i comuni di Civitella e Villetta furono per un
certo periodo uniti fino al 1840. Carestia, peste, briganti e terremoti
Tra il 1647 e il 1648 l'intero Abruzzo fu colpito da una grande
carestia, nel corso della quale il prezzo del grano raggiunse 30 carlini
la coppa. Nel 1654 vi fu un violentissimo terremoto, gravi furono i
danni e molti i morti. Due anni dopo, nel 1656 arrivò anche la peste,
che decimò definitivamente la popolazione. Basti solo pensare che in
questa circostanza a Pescocostanzo ci furono oltre 1300 morti e a Castel
di Sangro, che contava intorno a 6000 abitanti, ne restarono poche
decine. Anche nella valle del Sangro ci fu una vera e propria
decimazione degli abitanti. A Civitella Alfedena le famiglie passarono
da 48 a 37, a Villetta Barrea da 97 a 54, ad Opi da 99 a 77, e infine, a
Pescasseroli da 249 a 184. Anche il fenomeno del brigantaggio fu molto
duro e sentito. Si ricorda la notte del 21 luglio del 1861 quando il
paese fu completamente saccheggiato da una banda di oltre 40 briganti
comandati da Domenico Coja, dello "centrillo". Nella zona operarono
anche i famosi briganti Fuoco e Tamburini. Questi usavano scrivere dei
biglietti quale mezzo di ricatto. Chiaramente chiedevano denaro. Ad un
proprietario di armenti che non riuscì a consegnare in tempo, e cioè
entro l'ora stabilita, il denaro del ricatto richiesto, il brigante
Fuoco uccise 300 montoni; il denaro giunse proprio mentre stavano
uccidendo il trecentesimo montone. Il brigante, come se niente fosse
accaduto, intascò ugualmente i soldi ed inviò, poi al "don..." le più
sentite scuse. La popolazione Nel 1851 gli abitanti di Civitella erano
713. Non è possibile conoscere il numero esatto di abitanti per i secoli
precedenti in quanto i censimenti venivano svolti facendo riferimento
alle famiglie "fuochi" residenti. Nel 1709 vi si trovavano 95 famiglie.
Nei secoli e negli anni precedenti la popolazione si era gradualmente
incrementata, salvo, logicamente, in occasioni di calamità
caratterizzate da molti morti. Nel 1851 il censimento fu invece fatto
per abitanti. E' interessante notare la composizione della popolazione
in quel momento. Su un totale di 713 abitanti, 388 erano maschi e 325
femmine. Gli sposati erano 107, i vedovi 11, le vedove 39. Quanto a
condizione e professione, vi erano un avvocato, un farmacista, un medico
e un ostetrico. I preti erano 4 ed i maestri di scuola 2. La maggioranza
degli abitanti era occupata nelle attività agrosilvo-pastorali. Economia
Le attività economiche si svolgevano, come nel resto del meridione, a
livello di mera sussistenza. L'agricoltura era molto povera e non
riusciva neppure ad assicurare, nell'arco dell'intero anno, la normale
alimentazione delle persone appartenenti alla famiglia. Abbastanza
fiorenti furono invece le attività legate all'industria armentizia.
Diverse erano le famiglie proprietarie di armenti che, bisogna dirlo, si
distinsero particolarmente nella gestione di tali attività tanto da
assicurare occupazione a moltissima manodopera locale ed anche a quella
dei paesi vicini. Le famiglie più importanti sotto il profilo
economico-occupazionale erano: Antonucci, Casale, Jannucci,
Antonucci-Tarolla, Di Loreto. Seguivano poi altre famiglie ugualmente
benestanti come: D'Amico, Cimini, Vagnone, Di Tullio, Rossi.
Caratteristica della pastorizia era la transumanza, le cui tracce ancora
oggi sono ben visibili e rivalorizzate sotto il profilo culturale. Nel
1850 l'emigrazione invernale, attraverso il tratturo, portò settanta
pastori nelle puglie. Nello stesso anno gli animali transumati furono i
seguenti: 10.500 pecore, 300 capre, 42 buoi, 20 vacche, 85 muli, 32
somari. Molto inferiore il patrimonio zootecnico stanziale, il quale era
generalmente di proprietà dei contadini: 137 pecore, 18 buoi, 40 vacche,
26 muli, 8 somari e 116 maiali. Superstizioni, credenze e rimedi
popolari Le credenze e la superstizione erano molto vive. Gli avi
civitellesi credevano alle streghe. Il rimedio contro di esse, che
visitavano soprattutto i bambini malati durante la notte, consisteva nel
sistemare dietro la porta di casa la "granata" ed un sacchetto di
miglio: "la lammìa" (strega in dialetto civitellese) non sarebbe potuta
entrare in casa finquando non avesse contato tutti i semi di miglio e
tutti i fili della "granata". Ciò non sarebbe stato possibile in quanto
nel frattempo che ella contava sarebbe diventato giorno. La credenza
popolare asseriva che se una donna incinta avesse mangiato carne animale
ucciso da lupo ella avrebbe partorito un figlio incapace di allattarsi
al seno materno. Per porre rimedio all'evento ella avrebbe dovuto di
nuovo mangiare carne addentata da un lupo.Le credenze popolari tipiche
del centro-sud come fatture e malocchi, erano ben radicate, così come la
certezza che l'olio versato in terra sarebbe stato di cattivo auspicio.
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